Un incontro al Cafè Le Bœuf sur le Toit - Dialogo immaginario con Raymond Radiguet
Parigi, 1923. Il Bœuf sur le Toit, rue Boissy d'Anglas. Il locale notturno dove si raccoglie tutto il mondo artistico parigino. Radiguet è seduto al bar, un bicchiere di whisky in mano, il volto straordinariamente giovane ma già segnato dalle notti insonni. Ha vent'anni e sembra che ne abbia quaranta e quattordici allo stesso tempo. Jean Cocteau gli gira intorno come una falena. Aspetto che sia solo per avvicinarlo.
Monsieur Radiguet, lei ha vent'anni e ha già pubblicato due romanzi che scandalizzano Parigi. Come ci si sente ad essere chiamato enfant prodige?
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Mi guarda con quegli occhi chiari, ironici, già stanchi di tutto.
"Enfant prodige. Che espressione odiosa. Come se fossi un fenomeno da circo, un bambino che sa fare trucchi. Ho vent'anni, è vero, ma ho vissuto più di questi vecchi che scrivono romanzetti morali da trent'anni. La guerra mi ha fatto crescere in fretta. Mio padre si ubriacava mentre io leggevo Laclos e Madame de La Fayette. A quindici anni sapevo già tutto sull'amore e sulla crudeltà. Il resto è solo tecnica."
Il Diavolo in corpo ha fatto scandalo. Una relazione adultera durante la Grande Guerra, raccontata senza moralismo...
"Scandalo! Certo che ha fatto scandalo. Ho raccontato la verità - che mentre gli uomini morivano nelle trincee, le loro donne scopavano con altri. Che la guerra è anche questo: l'assenza, il tradimento, la vita che continua. I benpensanti volevano l'eroismo, il sacrificio, le vedove piangenti. Io gli ho dato una ragazzina annoiata e un adolescente che approfitta. È questo che non sopportano - la verità senza retorica patriottica."
Ma c'è chi dice che sia autobiografico, che lei abbia davvero...
Sorride, un sorriso ambiguo, crudele.
"Dicono, dicono. Forse sì, forse no. Uno scrittore mente sempre ma dice sempre la verità. Ho conosciuto donne sposate? Certo. A sedici anni ero più esperto di questi borghesi quarantenni. Ma il romanzo non è cronaca. È distillazione di esperienza. Marthe è tutte le donne che ho desiderato, amato, disprezzato. E io sono quel ragazzo, ma sono anche altro."
Jean Cocteau la protegge, la promuove, la ama. Non teme di essere schiacciato da questa presenza ingombrante?
Il volto si indurisce. Beve d'un fiato.
"Jean è... Jean è complicato. Mi ha scoperto, mi ha fatto conoscere Gide, Mauriac, tutto questo mondo. Gli devo molto. Ma non gli devo il mio talento. Quello è solo mio. A volte soffoca, vuole possedermi come possiede tutto quello che tocca. Mi tratta come la sua creatura, la sua opera d'arte vivente. Ma io non sono un quadro da appendere al muro del suo salotto. Scrivo per me, non per compiacere Jean o chicchessia."
Il ballo del conte d'Orgel è appena uscito. Alcuni critici parlano di classicismo, di ritorno al XVIII secolo.
"Finalmente qualcuno che capisce! Sono stanco di questo modernismo che vuole distruggere tutto. Joyce che frantuma la sintassi, i surrealisti che vomitano inconscio. A cosa serve? Io torno a Madame de La Fayette, a Laclos, a Stendhal. La forma perfetta, la frase cristallina, la psicologia spietata. Il classicismo è rivoluzionario perché tutti lo hanno dimenticato. Mentre Breton sogna e Pound urla, io costruisco architetture di ghiaccio."
Ma lei frequenta proprio quei surrealisti, fa parte dello stesso mondo...
Ride, una risata secca, disincantata.
"Li frequento perché sono divertenti, perché Parigi è piccola, perché alle feste c'è alcol e donne. Ma le loro teorie sono aria fritta. L'automatismo psichico, i sogni, l'inconscio - tutte scuse per non lavorare davvero. La letteratura è disciplina, controllo, costruzione. Non delirio. Preferisco una pagina di Racine a mille cadaveri squisiti."
Lei beve molto, fa vita notturna. Non teme di consumarsi troppo in fretta?
Accende una sigaretta, tossisce leggermente.
"Consumarsi? Ma io sono già consumato. A vent'anni ho fatto tutto - amore, guerra, successo, tradimento. Cosa dovrei fare, vivere come un borghese fino a ottant'anni? Scrivere lo stesso romanzo dieci volte? Preferisco bruciare in fretta che spegnermi lentamente. E poi, sa, l'alcol aiuta a sopportare questa dannata città, questi dannati amici, questa dannata gloria che non vale niente."
Gide ha detto che lei è il più dotato della sua generazione. Cosa risponde?
"Gide è gentile. Ma è anche vecchio, prevedibile. I suoi romanzi sono pieni di scrupoli morali che a me non interessano. Certo, è un maestro. Ma preferisco essere me stesso che un piccolo Gide. E poi, la mia generazione... Quali sono gli altri? Aragon che scrive manifesti? Soupault che imita? Non c'è competizione."
Il suo stile è così limpido, così controllato. Ma i temi sono perturbanti - adulterio, ambiguità morale...
Si anima, per la prima volta sembra davvero interessato.
"Ecco! Questo è il punto. La forma perfetta per il contenuto immorale. Come i libertini del Settecento - Le relazioni pericolose è un capolavoro proprio perché Laclos scrive con eleganza glaciale delle peggiori perversioni. La forma fredda rende il contenuto ancora più bruciante. Se scrivessi come i naturalisti, con tutti i dettagli sporchi, sarebbe solo pornografia. Invece scrivo con la precisione di un orologiaio e il risultato è più devastante."
Lei parla della morte con una leggerezza inquietante nei suoi romanzi.
Il volto si fa improvvisamente serio, quasi cupo.
"La morte è l'unica cosa seria. Tutto il resto - l'amore, il successo, l'arte - è diversivo. Ho visto morire ragazzi della mia età. Li vedevamo partire per il fronte e non tornavano. La morte è sempre lì, dietro l'angolo. Forse è per questo che non ho paura di niente. Sono già morto dentro, in un certo senso. Scrivo da morto per i vivi."
Progetti futuri? Un terzo romanzo?
Esita, guarda nel vuoto.
"Forse. O forse no. Ho detto quello che dovevo dire. Due romanzi perfetti bastano. Non voglio diventare uno di quegli scrittori che si ripetono all'infinito. Preferisco il silenzio alla mediocrità. E poi... sento che il tempo stringe. Non so perché, ma lo sento."
Tossisce di nuovo, più forte. Cocteau appare dal nulla, protettivo, possessivo.
Jean Cocteau: "Raymond, devi riposare. Bevi troppo, esci troppo."
Radiguet: "Jean, per favore. Non fare la balia."
Si alzano insieme, Cocteau tiene Radiguet per il braccio. Radiguet si libera con un gesto brusco.
Un'ultima cosa, Monsieur Radiguet. Se dovesse morire domani, cosa vorrebbe lasciare?
Mi guarda dritto negli occhi, improvvisamente lucidissimo.
"Due libri perfetti. È più di quanto lasceranno novantanove scrittori su cento. Il resto - la vita, l'amore, la fama - è solo rumore. I libri restano. Tutto il resto scompare."
Esce nel freddo di dicembre, appoggiato a Cocteau. Sembra fragile, consumato. Non lo so ancora, ma morirà tra poche settimane, a vent'anni e otto mesi. Tifo. Il genio bruciato troppo in fretta. Penso ai suoi occhi stanchi, alla sua voce disillusa. Era già un fantasma quando l'ho incontrato. Aveva ragione - il tempo stringeva davvero.
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